6/3/04-
Commercio equo: quale messaggio?
Vive
e stimolanti le riflessioni sul commercio equo e solidale (mezzi,
fini...): oltre al libro "La crisi di crescita"
di Guadagnucci-Gavelli, circolano altre idee spesso in modo più
informale. Ad esempio ciò che scrivono Stefano e Vincenzo...
Sinceramente
io (Anna, curatrice di questo sito internet) non so se è corretto
che io pubblichi su questa pagina le riflessioni di Stefano e Vincenzo,
che ho letto nella lista di discussione "boycottnestle"...
ma i contenuti mi sembrano estremamente importanti...
Scive
Stefano:
Il commercio
equo dovrebbe essere uno stimolo non solo a rivedere DOVE comprare
le cose, ma anche a COSA comprare. Un tempo, chi si occupava di commercio
equo si poneva ad esempio il problema (mai risolto...) di
quanto siamo noi (europei) a chiedere determinati prodotti e quanto
sono loro (extraeuropei) a proporre la loro cultura, attraverso i
loro manufatti. Il bello del commercio equo e' il non ridurre il mercato
a puro "io compro e tu vendi", il "valore aggiunto"
di una merce del commercio equo e' che io la compro sapendo chi la
produce, come vive, cosa sa fare, che problemi ha e cosi' via. Se
ci si limita a dire "compra da noi anziche' dagli altri"
mi pare che si sia perso tutto il messaggio "rivoluzionario"
che c'era in origine nel commercio equo.
Ora: non metto in dubbio che anche nei popoli extraeuropei ci sia
il problema della cellulite, ma:
1) chi produce veramente quel prodotto? Una ditta di cosmetici eurepei
con composti del commercio o qualche cooperativa del sud del mondo?
2) assumendo che sia una cooperativa, e' per loro tanto importante
quanto da noi, la lotta alla cellulite?
3) produrrebbero quel prodotto se non fosse per venderlo a noi?
In altri termini, stiamo decidendo noi cosa comprare, o stanno dando
loro un prodotto della loro tradizione culturale? Credo che se fosse
vera la prima ipotesi (come lo e' purtroppo per tanti prodotti del
commercio equo), stiamo uscendo dall'idea originaria, e sinceramente
la preferivo rispetto a quella attuale...
Non e' quello che sogno io, e' quello che sognava chi ha messo su
il commercio equo, che doveva servire (e non e' servito) a tagliare
il corcolo vizioso che fa si che i produttori del sud del mondo devono
produrre PER NOI e non PER LORO STESSI: nel mercato tradizionale,
le economie del sud sono asfissiate dal fatto che la loro produzione
e' dettata da regole cui loro non hanno accesso. La decisione su cosa
produrre non e' fatta in base a quello che hanno o sanno fare, ma
in base a quello che gli viene chiesto dal nord ricco. Ed il nord
ricco
puo' cambiare prezzi, richieste e ordinativi in qualunque momento,
impedendo una programmazione economica che potrebbe permettere loro
di vivere molto meglio. La strada intrapresa dal commercio equo era
quella
di dire: vi garantiamo degli introiti fissi, in modo tale che voi
possiate sviluppare la vostra economia, coinvolgendo chi vi sta accanto
e interrompendo il circolo vizioso. Questo non e' stato, chi e' nel
'giro' del commercio equo preferisce vendere a noi europei piuttosto
che ai vicini, e poco si e' ottenuto per migliorare le condizioni
di vita dei loro conterranei.
In che modo quello che facciamo qui puo' andare in questa direzione,
e salvare il salvabile? Vendendo i prodotti del commercio equo con
uno spirito totalmente "altro" rispetto a come si vende
una merce qualunque. Ricordandosi ogni giorno che non si sta cercando
di vendere quanto piu' possibile (e quindi stand giganti, vetrine
ammiccanti, prodotti a piu' vasto spettro possibile) ma di mandare
un messaggio tramite la merce che si sta vendendo. Una volta che il
messaggio e' stato capito, ben vengano anche i reparti di commercio
equo nei supermercati, in modo che chi ha capito abbia meno difficolta'
a reperire quello che gli serve e magari anche qualche piccolo sconto
(non dimentichiamoci che non tutti hanno la possibilita' di scegliere
indipendentemente dal prezzo...). Ma la bottega ha senso, secondo
me, solo se continua a emettere il messaggio alla base del commercio
equo. Altrimenti si rientra nella logica del "vendi tutto quello
che puoi",
che, se anche mantiene il vincolo di essere a base di prodotti equi,
e' solo meta' del messaggio, e puo' essere tranquillamente ottenuto
tramite la sola grande distribuzione, con vantaggi per tutti (sia
in termini di volume di vendite, e quindi di benessere per i produttori,
sia in termini dicosti per chi compra). Sinceramente, non la vedo
come una "nicchia specializzata", anzi, vedo molto piu'
"boutique" un approccio "compra anche tu la crema anticellulite
del commercio equo"..pero' forse questa e' solo una mia opinione...
saluti
Stefano
Risponde
Vincenzo:
Siamo
almeno in due, Stefano, ma credo anche di più. E complimenti
per quanto hai scritto, mi pare davvero siano parole sacrosante. Vorrei
soltanto aggiungere che alla base di tutto, alla base stessa del concetto
di
commercio equo e consumo sostenibile nonché consumo critico,
vi sia l'assoluta necessità di una riduzione del consumo. Perché
se noi Occidente non riduciamo i nostri consumi, il nostro superfluo,
il Sud non potrà mai
arrivare quanto meno alla sussistenza, alla dignità, a un poter
guardare il domani con una speranza di rinascita. Rimarrà appeso
alle richieste, anzi alle voglie del Nord e a poco serviranno piccole
isole di sollievo (che
peraltro producono sempre di più) in un arcipelago di sfruttamento
e dipendenza.
Riduzione, selezione e localizzazione dei consumi. Credo su questi
tre punti fondamentali il commercio equo debba porsi domande ormai
inappellabili ed urgenti. Proprio per questo, mentre ne continuiamo
ad acquistare i prodotti, chiediamo agli operatori del settore di
interrogarsi con grandissima serietà.
Saluti.
Vincenzo