4/4/04-
Benetton: appunti per un consumo consapevole
[tratto
da
- lettera inviata dal Coordinamento Lombardo Nord/Sud del mondo a
Famiglia Cristiana in merito alla scelta di Benetton come sponsor
della rivista;
- documento di Inymedia argentina, Sebastian Hacher]
Benetton
Group (a cui appartiene il marchio Sisley) è un'azienda che
sappiamo godere di una fama immeritata di impegno sociale. Non c'è
immagine patinata realizzata per una buona causa che possa convincerci
della buona fede dell'azienda
di Treviso su temi quali la pace, la lotta alla fame, la moralità,
il rispetto delle comunità locali, della
cultura. Ecco perché:
- Pace: non ci risulta sia mai stata smentita la notizia apparsa
su La Repubblica del 27 febbraio
2003 secondo cui la nave italiana "Strada Gigante", che
trasportava materiale bellico in Iraq per conto
delle forze armate britanniche in preparazione della guerra, sarebbe
di proprietà di una compagnia armatrice
nella quale Benetton ha una partecipazione di oltre il 44%.
- Lotta alla fame: la multinazionale veneta sarebbe di maggior
aiuto alla lotta contro la fame se,
al posto di associare senza impegno il suo nome al Programma alimentare
della Fao, decidesse di
corrispondere a chi lavora per lei in ogni parte del mondo salari
in linea con il costo della vita.
Dall'indagine: "Wearing thin: the state of pay in the fashion
industry, 2000-2001" condotta
dall'organizzazione inglese Labour Behind the Label (www.cleanclothes.org),
Benetton risulta essere, fra le
aziende censite, una delle meno attente alla questione salariale nei
paesi di delocalizzazione. Riferirsi
costantemente ai minimi legali locali, come fa Benetton, significa
mantenere consapevolmente intere comunità
al disotto della soglia di povertà.
- Moralità e valore sociale: volgarità a sfondo
erotico sono il filo conduttore di molte campagne
Sisley, il marchio con cui Benetton, smessa la maschera dell'agnello,
veste la pelle del lupo. Il messaggio
pubblicitario di Sisley "Nothing to add" ha incontrato nel
novembre 2002 la censura del Giurì dell'Istituto
dell'autodisciplina pubblicitaria, che vi ha ravvisato la violazione
degli art. 1 (lealtà pubblicitaria), 9
(violenza, volgarità, indecenza), 10 (convinzioni morali, civili,
religiose e dignità della persona) e così
si è espresso: "Il Giurì reputa che sia grave la
responsabilità di chi l'ha confezionata [la campagna
pubblicitaria] e del mezzo che l'ha diffusa: la pubblicità
dei prodotti Sisley è davvero a senso unico
proprio in quanto è polarizzata su temi generalmente erotici
che producono un forte impatto soprattutto sul
target giovanile al quale è diretta. Su questo metodo, che
viene applicato con perseveranza, in dispregio di
tutte le pronunce ormai numerose di questo medesimo organo giudicante,
il Giurì richiama l'attenzione dei
mezzi [di comunicazione] affinché interrompano una scelta metodologica
di comunicazione così esasperata e
nociva".
Sul valore sociale delle campagne Benetton nutre forti dubbi anche
il Coordinamento italiano a sostegno di
Rawa (associazione delle donne afghane), che ha chiesto all'azienda
di Treviso il ritiro delle immagini
delle donne afghane dalla campagna pubblicitaria "Food for life",
lanciata per il Programma alimentare
mondiale, denunciando come foto e didascalie veicolino informazioni
false sull'emancipazione femminile sotto
il nuovo governo afghano.
- Comunità locali: Benetton è proprietaria di
900 mila ettari di terreno nella Patagonia argentina,
acquistati a prezzi irrisori, dove alleva greggi di pecore per la
lana. Quei luoghi però non erano
disabitati, ci vivono infatti da sempre le comunità indigene
mapuche, ora confinate in riserve o costrette
ad abbandonare le loro terre. Ogni tanto qualche famiglia immiserita,
ma decisa a sopravvivere, torna ad
occupare un fazzoletto di quella che solo fino a pochi anni fa era
la sua terra. Il risultato immediato è lo
sgombero violento, come è accaduto nell'ottobre 2002 alla famiglia
Nahuelquir-Curiñanco, a cui la polizia,
intervenuta per difendere i diritti di proprietà di Benetton,
ha sequestrato i beni e fatto demolire
l'abitazione. La famiglia è stata denunciata dai Benetton per
usurpazione. Altri indigeni mapuche sono stati
rinviati a giudizio per aver partecipato a un blocco stradale nella
tenuta della multinazionale con lo scopo
di attirare l'attenzione sulla loro condizione. Altre otto famiglie
sono attualmente in attesa di sgombero,
la loro unica colpa è di vivere in una località che
lo stato del Chubut, d'accordo con l'impresa italiana,
vuole destinare a villaggio turistico lungo il tracciato di una antica
linea ferroviaria. Le comunità
locali denunciano inoltre la recinzione di terre e lo sbarramento
dei passaggi che conducono ai corsi
d'acqua. Per approfondire leggi il documento di Inymedia
argentina.
- Cultura: sullo sfregio inferto al patrimonio artistico della
città di Monza, riferisce la rivista
"Medioevo" ("Tesori perduti. In nome della legge",
di Filippo Cartosio, n. 6, 2002, p. 6): "Monza era
deserta e soffocata dalla canicola, il 23 agosto del 2000, quando
la ditta che aveva in appalto la
costruzione del più grande negozio Benetton italiano sbriciolò
a colpi di martello pneumatico la Casa della
Luna Rossa, l'edificio ritenuto più antico di Monza, che sorgeva
nel cuore del centro storico, in via
Lambro. Il suo nome era dovuto alla presenza su una trave di un fregio
con la luna rossa, simbolo
dell'antica Modoetia Longobarda, la città di Teodolinda. Unica
colpa del cadente manufatto quattrocentesco
(con alcuni muri del Trecento rivelati proprio dalla demolizione)
era quella di trovarsi eccessivamente a
ridosso del cantiere di Benetton. L'azienda tessile veneta aveva infatti
acquistato tutta l'area, compresa
la storica casa "a sporto" abbandonata da 25 anni. La demolizione
venne spiegata, a cose fatte, come
"intervento urgente di smontaggio per preservare l'intero edificio
dal crollo". Secondo Benetton, infatti,
le vibrazioni avrebbero prodotto crepe tali da giustificare l'immediato
intervento "conservativo". In realtà
distruttivo, come poterono constatare il giorno dopo sindaco, assessori,
conservatore del duomo e
giornalisti, nonché decine di monzesi sconcertati". E'
certamente colpa delle istituzioni pubbliche non aver
posto sotto tutela un edificio di valore storico, ma è altrettanto
vero che laddove c'è sete di profitto
senso civico e coscienza storica diventano zavorra inutile. Lo dimostrano,
oltre al caso specifico, le tante
presenze deturpanti di grandi negozi e megastore nelle più
belle piazze d'Italia (vedi per esempio il
contestato negozio Benetton alla Fontana di Trevi).
- Diritti
dei lavoratori: lavoro minorile nelle fabbriche tessili in Turchia
(inchiesta di Riccardo Orizio del Corriere della Sera) e produzione
jeans per Benetton ma con paghe da fame, a Bronte, vicino Catania.
- Traforo Monte Bianco: nel 2002 il gruppo Benetton è
stato oggetto di una campagna di boicottaggio da
parte del Coordinamento Valdostano Contro il Ritorno dei TIR che imputava
all'azienda, azionista di
riferimento della Società Italiana Traforo Monte Bianco attraverso
la finanziaria Edizione Holding, di aver
esercitato un'azione di pressione nei confronti dei governi italiano
e francese che avrebbe avuto il
risultato di raddoppiare il passaggio di mezzi pesanti attraverso
il tunnel, dopo la riapertura del traforo
chiuso in seguito al grave incidente causato da un camion, contro
la volontà delle popolazioni locali.
Inymedia
argentina, documento su Benetton in Patagonia: pericolo di nuovi e
massicci sgomberi
di Sebastian Hacher (novembre 2003)
Nella
Patagonia argentina, Benetton e lo stato provinciale di Chubut preparano
un nuovo sgombero; questa volta si tratta di 8 famiglie composte da
donne, bimbi ed anziani. L'obiettivo quello di aggiungere un ulteriore
ettaro ai 900.000 già di possesso del gruppo italiano in Patagonia,
al fine di stabilire in quel luogo un villaggio turistico lungo il
tragitto della linea ferroviaria.
Tanto lo Stato quanto l'impresa considerano imprescindibile per la
realizzazione del progetto scacciare dal proprio territorio più
di 50 persone povere nonché smantellare la Scuola Nr. 90, che
dà istruzione ed
alimentazione a 18 di quegli stessi bimbi, alcuni con seri problemi
di denutrizione.
Con incerte promesse di futuri alloggi in altre località e
senza neanche pensare ad integrare le famiglie nel progetto di sviluppo,
hanno il solo obiettivo di espellere quanto prima la gente per "recuperare"
il controllo
totale dell'area.
Di seguito, la storia di un nuovo sgombero che ancora si potrebbe
evitare.
-Il treno della Patagonia
La Trochita, uno delle più famose linee ferroviarie della Patagonia,
fu terminata nel 1945 e fu per decenni la principale via di comunicazione
(trasporto di animali e merci) utilizzata dalla Argentine Southern
Land
Company, conglomerato inglese dono dello Stato argentino dopo il genocidio
conociuto sotto il nome "La Campagna del Deserto".
La maggior parte del tracciato ferroviario nonché le stazioni
percorrevano le proprietà inglesi e centinaia di piccoli paesi,
con "fino a sei treni completi ogni giorno. L'impresa caricava
la lana fino alla tenuta, i cavalli, le mucche, un vagone dopo l'altro
lungo tutto il trenino", secondo quanto narrato da Roberto Yañez,
un ferroviere in pensione che vide nascere e morire quel treno.
Con l'arrivo dell'asfalto e dei camion nella decada del '70 il trasporto
ferroviario iniziò il suo lento declino in Argentina. Negli
anni '90, durante l'era di Memen, la politica delle privatizzazioni
toccò anche il trasporto pubblico e La Tronchita, orgoglio
degli anni che furono, cadde inevitabilmente in disgrazia. Ramo che
si ferma, ramo che chiude, soleva dire Menem, frantumando la resistenza
dei ferrovieri contrari alla privatizzazione e lasciandone migliaia
senza lavoro.
Quella stessa politica menemista di apertura economica permise al
gruppo Benetton di acquistare a prezzo ridotto la Argentine Southern
Land Company (d'ora innanzi "La Compañía"),
divenendo proprietaria del 9% delle migliori terre della regione patagonica.
Oggi, 10 anni dopo, il nuovo progetto turistico auspicato dal governo
della provincia di Chubut consiste nel riscoprire il treno della Patagonia
creando un passaggio guidato nella regione e, per quanto i funzionari
provinciali coinvolti si affrettino a negare ogni tipo di relazione
con l'impresa italiana, una delle principali attrazioni del tragitto
sarà proprio la visita alle proprietà della Benetton.
La propaganda ufficiale del treno lo
presenta infatti come "Un viaggio originale alla scoperta delle
origini, dalla Stazione Cabecera El Maitén fino a Leleque,
laddove sarà possibile visitare il Museo Leleleque e degustare
un ottimo arrosto patagonico nella
tenuta dell'impresa Benetton".
Lo stesso Museo è peraltro di proprietà dei Benetton
e nel servizio offerto sul treno e battezzato "SCHE" (servizio
chartes speciale), il passeggero avrà tutto come in un pacchetto:
biglietto, entrata al museo e pranzo campagnolo nella tenuta dell'italiano,
che se ancora ce ne fosse bisogno dimostra la perfetta integrazione
tra stato e impresari.
Peccato che per condurre in porto il progetto ci sia una qualche piccola
difficoltà, un "tramite" come lo definisce Miguel
Mateo, il coordinatore generale della linea; quasi 50 bambini che
vivono con le proprie madri nelle stazioni di Leleque e la scuola
nella quale fanno lezione e parodia della sorte gli stessi figli dei
braccianti di Benetton.
- La stazione
In tutte le stazioni della Tronchita, oltre alla banchina e al serbatoio
di acqua ci sono case costruite con gli stessi dormienti accidentati
delle strade (???), laddove anteriormente vivevano gli impiegati della
ferrovia
con le proprie famiglie. Dopo la chiusura della linea, ivi rimasero
soltanto alcuni impiegati, la maggior parte pensionati con poche risorse,
lavoratori rurali che non avevano di dove vivere e lì si installarono
con
l'autorizzazione delle stesse autorità ferroviarie. In molti
casi, il trasloco aveva luogo per poter permettere ai figli di andare
a scuola evitando loro ogni giorno lunghi tratti a piedi o a cavallo.
Durante la seconda metà del ventesimo secolo, la stazione di
Leleque sperava addirittura di trasformarsi in paese, con tanto di
ufficio postale, stazione di polizia e strade proprie. Don Yañez,
74 anni dei quali più di 40 vissuti lì, racconta ancora
oggi che "Era così bello qui, senza problemi, non c'erano
furti. I Serquìs avevano un boliche (?????) dove oggi sorge
il museo, che si riempiva di gente quando era il periodo della tosatura.
Una
meraviglia, era dipinto nei quadri, c'era traffico nella stradina
lì davanti e per questo venne costruita la piccola scuola proprio
là. Uno si sentiva come padrone di tutto, andava nei campi,
cacciava una biscia, cercava uova
di struzzo. Una volta dissero persino che avrebbero costruiro un borgo,
selezionammo persino il terreno ma poi, alla fine, non se ne fece
più nulla".
Con la chiusura della linea e l'arrivo dei nuovi proprietari tutto
cambiò e tutti gli anziani sono d'accordo nel dire "in
peggio". Laura, impiegata della Compañía da ben
40 anni, conoscitrice come pochi altri delle origini e
delle trasfornazioni dell'area, ci spiega come "Benetton come
prima cosa cacciò via molta gente. Se prima si contavano 250
persone al lavoro, oggi se ne possono trovare sì e no 100 nella
zona che depende da Leleque".
Ma non è tutto, Benetton si è anche approprito di nuove
terre; Laura spiega che "il cammino al fiume Chubut, passaggio
obbligato, non dovrebbe essere chiuso al transito. Ci sono invece
tre passaggi chiusi a chiave e per
passare serve un permesso; che non è invece più sufficiente
per pescare. Lì vivono delle famiglie che però non posso
uscire da quella parte, sono costrette a fare 90 chilometri in più.
Anche la vecchia stazione di Leleque ha subito alcune drastiche trasformazioni.
Don Yañez lamenta che "Siamo chiusi a chiave nelle nostre
terre e da sopra non possiamo più uscire"; e questo perché
da anni le vecchie strade della comunità sono state incorporate
alle tenute di Benetton. Così Leleque è rimasta una
sorta di isola di pochi ettari nel mezzo di un mare di reticolato,
e non si può nemmeno passare per le vecchie e abituali strade.
Le discussioni con gli abitanti del villaggio sono frequenti. Don
Yañez ne ha sentiti alcuni, lungo quelle stesse vecchie strade
di un tempo: "una volta mi fermò l'amministratore per
riprendermi, mi chiedeva per quale
motivo passassi proprio di là. Io risposi che - "signore,
io non percorro nessuna proprietà privata, che sono quaranta
anni che passo ogni giorno per di qui". Non si andò oltre
le parole ma io mi ero comunque preparato al
peggio, non avevo con me nulla con cui difendermi ed egli, sì,
aveva dietro la propria guardia del corpo".
Tre anni fa, le persecuzione da parte degli amministratori della Tenuta;
a capo di questi, un tale che veniva chiamato Ronald Mac Donnals.
L'idea dell'impresa era quella di far sloggiare le abitazioni, sgombrare
la
stazione e trasferirne alcune parti nella parte posteriore del museo;
tutto come pensato per il nuovo progetto. E se non si è andati
avanti è stato soltanto grazie ad un ricorso che riuscì
a far definire la stazione come
patrimonio provinciale. Ma il progetto non venne affatto messo da
parte e la minaccia dello sgombero iniziò da allora a cambiare
la vita degli abitanti del posto.
Lo stato, tanto per non sbagliare, prese subito a carico il lavoro
sporco, cioé sgomberare la gente dalle proprie case.
- Gli sgomberi di sempre
Un veloce appello delle famiglie sotto minaccia di sgombero è
sufficiente per capire molte cose: Nahuelquir, Curiñanco, Antieco,
Quilaqueo; tutti nominativi originari del popolo Mapuche, contadini
ai quali venivano tolte
terre di proprietà e che venivano obbligati a lavorare con
paghe irrilevanti, mentre i loro usurpatori si arricchivano ogni giorno
di più.
La situazione sociale
La situazione sociale nell'area è critica. Nelle case manca
l'acqua potabile e per ottenerla c'è da superare un reticolato
di proprietà Benetton e andare con secchi o bidoni fino ad
un ruscello che, in inverno, si trasforma in un fiume di fango. Non
c'è gas, e tanto la casa quanto la raccolta di uova di struzzo
sono ridotte al minimo dai capricci dell'impresa. Manca persino un
ambulatorio, secondo la gente del posto conseguenza del rifiuto dei
proprietari della tenuta. Sono in più d'uno a dire che "lo
stesso agente sanitario ha detto di averne parlato con MacDonnals,
che ha risposto di no".
Il medico, dunque, viene soltanto una volta al mese, peraltro quando
"sono ormai tutti guariti. Il mese scorso avevamo i bambini con
la tosse e quando si fece vedere, erano già tutti guariti".
Nonostante l'indifferenza, o forse come parte di questa, tutte le
donne hanno ricevuto gratuitamente ed è loro stato chiesto
di applicare il DIU, il Dispositivo Intrauterino che impedisce loro
di rimanere in cinta.
Silvana Vazquez è la direttrice nonché una delle due
maestre della scuola nr. 90 di Leleque. Gli alunni, raggruppati in
due piccole aule, ricevono quotidianamente un pasto caldo e le lezioni
fino al raggiungimento del nono anno di EGB. La Vazquez parla con
sofferenza delle peripezie tanto dei bimbi quanto del personale della
scuola. "Da due o tre anni non siamo in grado di portare a termine
i nostri progetti. Vorremmo un orto biologico, piantare alberi, ma
viviamo sempre sul chi vive, con la paura che questa scuola venga
chiusa. Una situazione stressante nonostante il posto così
tranquillo, è difficile lavorare quando non sai bene cosa ti
succederà l'anno successivo, se potrai ancora lavorare".
"Hanno iniziato a farsi vedere - continua la Vazquez - a esercitare
pressioni direttamente sulle famiglie, sulle madri che vivono nelle
case coi propri figli, sono andati casa per casa, ma mai qui a scuola.
Ad ogni
famiglia una notizia diversa, mai nulla di chiaro, anche se sembra
ormai chiaro che ad esercitare questa pressione era il personale della
ferrovia".
Una delle principali promesse fatte dallo Stato alla gente era che
avrebbero concesso loro case e terreni a Esquel o a El Maitén,
a basso costo o con i prestiti dello Stato. A Patrizia, con sei figli,
le dissero che "ci
avrebbero dato una casa a basso costo in Esquel, si trattava solo
di aspettare che ottenessero il terreno e si facessero carico dei
materiali". A Norma ed ai suoi nove figli, raccontarono altro.
Le chiesero "se avessimo
qualche altro posto dove andare e che comunque avremmo dovuto cercare,
perché avevano bisogno di quelle case per quanti sarebbero
venuti a lavorare sul progetto turismo".
A Doña Candelaria, pensionata delle ferrovie di 87 anni, promisero
dapprima una casa ad Esquel, che rifiutò perché per
lei andare a vivere in un paese era come "essere messa in prigione";
dunque le dissero che avrebbero fatto il possibile perché potesse
rimanere dove era. Ma al suo vicino, Don Yañez, dissero esplicitamente
che "sarebbe stato difficile quella vecchietta sua vicina avrebbe
potuto restare dov'era".
E così via, con tutte le famiglie la stessa musica.
Le diverse promesse non verreno mai mantenute ma sì, la minaccia
del trasloco diventava ogni giorno più concreta. "Vogliamo
sia tutto libero entro l'estate", spiega senza farsi troppi problemi
il funzionario delle
ferrovie, quasi si trattasse di un semplice spostamento di merci.
Per aumentare la pressione, a fine agosto una circolare delle ferrovie
regolamentava una vecchia e mai sopita aspirazione dell'impresa e
cioé il divieto ad avere animali, dal bestiame fino ai cani
ed alle galline, una
delle poche forme di sussistenza a disposizione della gente del luogo.
Le pressioni proseguirono ed in maniera differente, come cambiare
i bambini internamente alla scuola, arrivando addirittura a proporre
venissero considerati come internati nella loro stessa zona. Patricia
racconta che
"Quando venne don Matteo mi chiese se avessi richiesto il passi
per i bimbi. Voleva portarsi via i documenti dei bambini e far lasciare
loro la scuola ma io no, non glieli ho dati!". Lo stesso funzionario
che preparò le richieste
dei terreni a nome della famiglia di Patricia ma anche della sua stessa,
per Maiten ed Escuel, al fine di accelerare le pratiche burocratiche.
Quando gli chiedemmo della situazione di Patricia e dei suoi figli,
Miguel Mateo tentò di giustificare il suo operato affermando
che "io ho soltanto fatto un piacere a quella donna redigendo
la richiesta, perché voleva il terreno ma non aveva inoltrato
nessun documento per averlo. Le avevo detto di leggerselo e gliene
lasciai una copia". Ma Patricia racconta di altro. Ci spiega
infatti come il funzionario "ci chiese di firmare dei progetti
ma no, io non ho accettato perché non so leggere".
- Il vecchio compito di resistere
Di lì a poco e sotto la minaccia di sgombero ogni volta più
concreta, la comunità iniziò ad organizzarsi. Patricia
ci racconta come quando arrivasse il delegato della ferrovia "passando
da una casa all'altra senza che noi
sapessimo cosa dicesse all'uno e poi all'altro, prima non ci si riuniva
ma ora sì, ora che siamo uniti e parliamo tra di noi".
Uno delle situazioni portate ad esempio era quello della stazione
di Nahuelpan lungo lo stesso tracciato ferroviario, dove transitano
all'incirca 12.000 turisti l'anno. A differenza della stazione di
Leleque, però, quella
di Nahuelpan si trova all'interno di una comunità Mapuche e
le case della stazione, dove vivono diversi abitanti dell'area, vennero
sistemate dalla municipalità.
Lì non c'è traccia di Benetton, i poveri sembra non
diano fastidio anzi diversi di loro vendono torte fritte, organizzano
gita e cavallo ed offrono artigianato Mapuche ai visitatori. Prane,
uno dei Tehuelche che vive a
Nahuelpan, ci racconta come ogni volta che passa il treno guadagna
tra i 40 e gli 80 pesos, la maggior parte delle volte la domanda di
pane e torte da lui preparati supera l'offerta.
Perché dunque se a Nahuelpan ci si può rimanere e vivere
degnamente altrove, cioé a Leleque, gli abitandi della stazione
debbono andarsene? Per quanto ovvia, la risposta diventa invece un
enigma per i funzionari del
treno. Un enigma che non si vuole risolvere, talmente facile ne è
la soluzione. Secondo Miguel Mateo, "se il treno riprende ad
andare come prima, a maggior ragione dovremo recuperare le case per
i ferrovieri" e si lamenta della malasorte lamentando che "meglio
avrei fatto a non informare quella gente di quanto li aspettava, visto
che si tratta di gente povera e senza risorse".
Ma Patricia la vede un po' diversamente. Intanto le spiace "che
a noi ci considerino nulla. Forse ci pensano quale gente senza capacità".
E invece tutte loro, dalla più giovane fino a Doña Candelaria,
sono esperte - come qualsiasi donna Mapuche - nel filare e tessere
a mano o col telaio, oltre ad essere cuoche eccellenti e capaci di
creare e gestire iniziative ed attività che possano risultare
d'attrattiva per i futuri turisti.
Anche i ragazzi di Leleque hanno parecchio da raccontare. La maestra
ha raccontato loro che "alla scuola è pervenuto un progetto
del Ministero dell'Istruzione. Abbiamo fatto un lavoro con tutti gli
alunni del terzo
ciclo, questi hanno scritto lettere a tutti i giornali del Paese.
Scrivono della difficile situazione che stanno vivendo, che loro desiderano
rimanere dove sono, che non vogliono venga chiusa la scuola".
Gli stessi impiegati di Benetton sono scontenti di questa situazione.
Laura ci conferma che "non è soltanto la ferrovia che
vuole allontanare la gente, le spinte arrivano da altre parti, perché
non vogliono ci sia gente estranea all'impresa nel progetto. E così
si vive male, è già successo altrove".
- Il vecchio mestiere dello sgombero
I tramonti a Leleque, tra i colli e l'orizzonte reticolato da Benetton
è uno spettacolo imponente. Il vento fa volare dagli alberi
della lanugine che sembrano piccoli fiocchi di cotone e mentre tutto
si va tingendo color
dell'oro, si sentono le risa dei ragazzi che giocano a pallone nelle
vicinanze della stazione.
Uno spettacolo patagonico, apparentemente inospitale ma con una bellezza
che soltanto la natura può offrire.
Ed è una vita talmente tranquilla che l'arrivo di una visita
o qualsiasi accadimento fuori dal comune si trasforma in notizia lungo
tutta una settimana e smatassa un lungo rosario di aneddoti e di vita
che, condividendo un mate amaro, ci regalano gli abitanti del luogo.
Solo nella notte il silenzio si interrompe grazie allo screpitare
della legna nelle stufe, mentre da lontano arriva il latrato di alcuni
cani che difendono il gregge dall'assalto di qualcuno in cerca di
alimenti.
Il fatto stesso di non smantellare questo posto, di non cancellare
il sorriso di un pugno di bambini, ci impongono di lottare affinché
Benetton non si impossessi anche solo di un centimetro in più,
senza averne alcun diritto.
Ma non si tratta soltanto di questo bensì di una serie di persecuzioni
e sgomberi e ingiustizie che si susseguono d più di cento anni,
che l'arrivo dei nuovi padroni della Patagonia altro non ha fatto
che riproporre.
L'acquisizione di un'intera regione, lo sgombero dei Curiñanco
ormai un anno fa e della stazione Mayoco ancora prima; la chiusura
e la deviazione di fiumi e sentieri comunitari, il recintare terre
da sempre appartenenti agli
indigeni altro non sono che antecedenti a questo nuovo sgombero, forse
il più imponente e voluto dallo Stato degli ultimi anni.
Permetteremo loro di venirne fuori con un pezzo in più del
nostro Paese?
Buenos Aires, 18 novembre 2003
Testo e foto di Sebastian Hacher
Per altre pubblicazioni sullo stesso argomento:
http://argentina.indymedia.org/news/2003/10/138518.php
http://argentina.indymedia.org/news/2003/09/136320.php